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NBA Salary Cap (part 5): Dollari e giocatori – Ball Don't Lie

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NBA Salary Cap (part 5): Dollari e giocatori

Ebbene sì.

Perché come anticipato nella quarta puntata di questa serie di articoli tutte le eccezioni, i massimi, i minimi, le soglie di cap e gli “stipendi” di cui siamo a conoscenza non corrispondono a dollari veri, ma sono solo un codice sportivo.

Che? Eh?! Perché?!?

Partiamo dall’inizio: probabilmente ricorderete che la questione principale che due anni fa ha portato al lockout è stata la ripartizione degli introiti della Lega, meglio noti come BRI, Basketball Related Income.

Si tratta di un “paniere” contenente una lunga serie di voci che, prese per intero o in percentuali più o meno rilevanti, compongono la “torta” di circa 4,5 miliardi di dollari che ogni anno proprietari e giocatori si suddividono in modo paritario (più o meno…), al 50%.

Lo scrivo in modo leggermente diverso: data una certa cifra (il BRI), i giocatori ogni anno ne incassano una cifra predeterminata, molto vicina al 50%.
Non un dollaro in più, non un dollaro in meno di questa cifra.

E gli stipendi per cui ogni singolo giocatore firma?
Come detto, non sono “reali”.
Sono una parte di un totale, ma vanno adattati a questo totale.

Per chi ha seguito le vicende del lockout su Play.it USA non dovrebbe essere una novità, in ogni caso…

 

ESCROW SYSTEM

La formula magica (le lettere le ho messe io, conta la proporzione) è la seguente:

N:T=E:B

con

N: valore nominale dello stipendio (quello indicato sui soliti siti amici)
T: somma salari dei giocatori
E: valore effettivo stipendio
B: totale che spetta ai giocatori (cioè il 50% del BRI, più o meno)

Il che porta a E=(NxB)/T

Esempi con i numeri reali:Senza titolo-1
Nella stagione appena conclusa T= 2109M e B= 2145M.
Cioè significa che ogni giocatore ha guadagnato poco meno del 102% del valore per cui aveva firmato e che, in definitiva, i proprietari hanno dato contratti leggermente più bassi di quanto avrebbero dovuto.
Kobe Bryant, il giocatore più pagato della Lega, aveva N= 27,85M e si è ritrovato con E= 28,32M.
Il suo compagno di squadra Robert Sacre, al minimo salariale per rookies, con questo sistema è passato da N= 474k a E= 482k

Prendendo invece il 2009/2010, il valore nominale del contratto di Kobe era 23,1M.
La proporzione risulta essere (23,1×2077)/2247, quindi il giocatore ha intascato 21,35M.

Per poter rientrare in questo numero fisso, a inizio anno i giocatori lasciano alla Lega una sorta di cauzione, appunto l’escrow, pari al 10% del totale del proprio stipendio nominale.
Se a fine stagione T è superiore a B si provvede a dare ai giocatori la parte di escrow necessaria a far quadrare i conti, mentre tutto il resto viene redistribuito tra gli owners e/o messo da parte per “League Purposes” (cioè va nelle casse dell’NBA).
Se B è superiore a T i proprietari sono invece tenuti a restituire totalmente l’escrow e a metterci del loro.
In casi estremi (stagione 2008/09) T è stato a tal punto superiore a B da assicurare ai giocatori un totale maggiore del pattuito (allora 57%).

Per rendere ancora più semplice il concetto: durante la stagione ogni giocatore percepisce soltanto il 90% del valore che conosciamo. L’eventuale parte rimanente (che però può appunto rivelarsi molto consistente, oltre il 100%) arriva dopo.
Se ogni singolo giocatore fosse strapagato del 10%, a fine anno riceverebbe decisamente meno di quanto pattuito alla firma del contratto.
Se ogni singolo giocatore fosse sottopagato, riceverebbe di più.
E’ una garanzia in entrambi i sensi.
E sono codificate anche le procedure da mettere in atto nel remoto caso in cui si sovrapagasse pesantemente e l’escrow non bastasse a coprire il totale degli ingaggi.

Il senso di tutto ciò?

Avere sempre sotto controllo l’economia complessiva della Lega.
In sostanza proteggere i proprietari da loro stessi ed evitare che la cieca voglia di competere di alcuni di essi, comunque già fortemente limitata dalla Luxury Tax che vedremo più avanti, porti a spese non sostenibili.

Dare contratti “spropositati” quindi può intaccare l’aspetto sportivo di una franchigia, limitandone i movimenti futuri, ma è molto improbabile che vada a lederne le finanze.

Ma anche fosse, stiamo parlando di una NBA in cui i Lakers (150 milioni di introiti annui per i soli diritti TV locali) tagliano Metta World Peace semplicmente per risparmiare 30 milioni.
E in cui, come visto, i giocatori sono leggermente “sottopagati” rispetto allo stato finanziario complessivo, segno che gli owners si stanno proteggendo benissimo anche da soli.

 

TASSE

Gli stipendi dei giocatori sono lordi.
E i singoli stati possono comportarsi come meglio credono a livello fiscale.

New York e Los Angeles sono inserite in contesti decisamente ricchi, ma anche decisamente esigenti.
Florida (Heat e Magic), Tennessee (Grizzlies) e Texas (Mavericks, Rockets e Spurs) invece non hanno tassa sul reddito, quindi vivere in questi stati è conveniente.

Tra i due estremi vi è scarto superiore al 10%.

Local Taxes

Ma più di questo (questione facilmente aggirabile fissando la propria dimora in uno stato con regime vantaggioso, pratica ben nota anche a parecchi sportivi Europei ed Italiani), vi è la cosiddetta jock tax, cioè una tassa che i professionisti sono tenuti a pagare su tutti i compensi che vengono incassati nello stato in questione qualora questo non fosse quello di residenza.
Una specie di tassa per i lavoratori in visita, che colpisce i giocatori NBA dal momento che la paga è applicata su ogni singola partita.
Quindi a prescindere dalla locazione geografica della squadra, la jock tax sullo stipendio di ogni singola partita si paga in funzione dello stato in cui la partita è stata giocata.
E anche qui, Florida, Ontario (Raptors), Texas e Washington D.C. (Wizards) non prevedono jock tax.
Il Tennessee porta il concetto di fare un po’ come cavolo pare a livelli quasi grotteschi.

In Illinois (Bulls) invece il sistema è applicato in maniera a dir poco cervellotica: per giocare a Chicago paga solo chi viene da uno stato in cui la jock tax sia prevista.
Ma i giocatori dei Bulls (e di Cubs, White Sox, Bears, Blackhawks, Fire, etc.) che si trovano a giocare in uno stato in cui la suddetta tassa sia prevista la devono pagare doppia, cioè offrire alle casse dell’Illinois la stessa cifra che sono chiamati a versare nello stato che ospita la partita.

In sintesi sì, le squadre Texane (41 partite casalinghe + altre 4, cioè i derby giocati “in trasferta”) sono con ogni probabilità le più avvantaggiate da questo sistema.
Seguite a ruota da quelle della Florida.
E questo può almeno in parte spiegare perché tal LeBron James e tal Dwight Howard abbiano potuto rinunciare al massimo ingaggio possibile in sede di free agency, scegliendo rispettivamente Heat e Rockets.

Però ecco, niente revisionismi, Knicks allora e Lakers oggi non sono stati snobbati per discorsi fiscali e non hanno certo meno attrattiva di altre franchigie da tutti i punti di vista che non siano il contesto tecnico specifico del momento…

Delle tasche degli atleti s’è detto abbastanza (senza dimenticare le sponsorizzazioni personali, ma non hanno nulla a che vedere con le tematiche affrontate), nella prossima tocca a quelle dei proprietari, cioè alle “casse societarie”.

LINK
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte

Sesta parte


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