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NBA Salary Cap (part 6): Dollari e squadre

Da dove partano i soldi (le nostre tasche, ovviamente!) è chiaro.
Come arrivino dove (nelle tasche dei giocatori) dovrebbe esserlo.
Resta da capire a grandi(ssime, facciamo anche enormi) linee come funzionino le finanze di una franchigia NBA.

Per quanto riguarda appunto gli stipendi dei giocatori, è auto-evidente che si paghino da sé.
Il 50% del BRI destinato alle franchigie (circa 80 milioni di dollari ciascuna) copre il 50% destinato ai giocatori.
In passato non era così (il rapporto era 57% ai giocatori, 43% alle squadre), in futuro non è detto sia così (è probabile che si arrivi ad una spartizione sbilanciata a vantaggio dei proprietari), ma ad oggi il calcolo è “semplice”.

E poi?

Beh, innanzitutto alcune voci riguardanti arene, spazi pubblicitari e affini vengono conteggiate nel paniere del BRI solo in parte.
E poi ci sono tutte quelle che non vengono conteggiate affatto e che vanno quindi totalmente a beneficio delle singole casse societarie, come ad esempio il merchandising e gli accordi TV locali (i diritti collettivi, cioè ESPN/TNT, Internationals e League Pass, vanno nel BRI), cioè la possibilità concessa alle emittenti che operano negli stati di appartenenza delle singole franchigie di trasmettere un certo numero di partite (spesso i soli 41 incontri casalinghi), a volte anche in parallelo rispetto a ciò che avviene a livello nazionale.
Che non rappresentano per tutti una voce secondaria, anzi, in alcuni casi si arriva fino al 15%.
Prendendo gli estremi: i Los Angeles Lakers (valore stimato circa 1 miliardo di dollari) incassano in questo modo ogni anno circa 200 milioni.
I Milwaukee Bucks (valore stimato circa 250 milioni) incassano poco meno di 20 milioni.
Gli Oklahoma City Thunder valgono poco meno di 500 milioni e ne incassano 15.


Per rendere meglio l’idea: la Antenna 3 del caso che trasmette una quarantina di partite nella sola California versa ai Lakers 5 milioni di dollari a partita.
La TeleLombardia del caso che trasmette una quarantina di partite nel solo Wisconsin versa ai Bucks 500k dollari a partita.

Sì, la disparità di cifre è evidente.
E’ la questione dei Big Markets (che non è trend quanto quella dei Top Players, ma non ci va neanche troppo lontano).

Ma tutto il sistema del Salary Cap (e del draft) è studiato per cercare di livellare il più possibile le differenze economiche tra le franchigie, garantendo in linea teorica a tutti la possibilità di competere ad alti livelli.
E quindi… REVENUE SHARING.

Vale a dire che da questa stagione chi ha di più redistribuisce fino al 25% del proprio profitto in modo da avvantaggiare chi ha di meno.
Nel precedente CBA la percentuale massima di redistribuzione era del 6%. Nella scorsa stagione del 18%.
Evito di annoiare con le formule e le condizioni della cosa (come sempre però a disposizione dei più temerari), ma è utile sapere che Robin Hood ha fatto breccia nei cuori e soprattutto nelle tasche dei proprietari.
Va beh, ok, il romanticismo non c’entra nulla.

Chi ricco era ricco resta, tipo i Knicks, che accanto alla voce revenue scrivono 250 milioni di dollari… 60 dei quali però vengono appunto inseriti nel programma di sharing.
Ma semplicemente si semplifica l’esistenza a chi non è poi così ricco, tipo la già citata Milwaukee, che con le proprie forze non arriva a 90 milioni e che come visto poco fa vale quanto i Knicks incassano… E che quindi non stupisce sia la probabile vittima sacrificale sull’altare dell’atteso ritorno dei Seattle Supersonics, ma questa è un’altra storia.

 

Oltre alla redistribuzione basata sul reddito c’è come ben noto anche quella basata sulle scelte sportive, la LUXURY TAX.

Chi decide di spendere più di una certa quota in ingaggi (o meglio, in ingaggi che pesano sul Cap…) paga una vera e propria tassa di lusso; il 50% dei ricavi della tassa è destinato direttamente alle franchigie che la tassa non la pagano, l’altro 50% va a finire nel fondo della suddetta Revenue Sharing.

Introdotta nel 2005, fino alla scorsa stagione ad ogni dollaro di sforamento corrispondeva un dollaro di tassa.
Ciò non ha impedito a Lakers, Mavericks e soprattutto a James Dolan e ai suoi Knicks di regalare centinaia di milioni di dollari alle concorrenti.

Da questa stagione però cambia tutto… e ovviamente in peggio, per chi decide di spendere.
Ricordando che il limite è stato posto a $71,748,000… tabella, che si fa prima

 

Sforamento Standard Repeater
Da A Tassa Totale massimo Tassa Totale massimo
$0 $4,999,999 $1.50 $7.5 milioni $2.50 $12.5 milioni
$5,000,000 $9,999,999 $1.75 $8.75 milioni $2.75 $13.75 milioni
$10,000,000 $14,999,999 $2.50 $12.5 milioni $3.50 $17.5 milioni
$15,000,000 $19,999,999 $3.25 $16.25 milioni $4.25 $21.25 milioni
$20,000,000 N/A $3.75, ulteriori $0.50 per ogni scaglione da 5 milioni N/A $4.75, ulteriori $0.50 per ogni scaglione da 5 milioni N/A

Innanzitutto è evidente come si cerchi di essere “comprensivi” nei confronti di chi sfora con un certo giudizio.
Fino ai 10M di sforamento, cioè se si resta intorno agli 80M di monte salari, la situazione è sopportabile.
Si tratta comunque di spendere 98M in ingaggi + tassa (al limite della seconda fascia), ma la punizione è relativa.

Ben altro scenario invece si prospetta per chi va oltre… esempio a caso, i Brooklyn Nets!
Al momento attuale impegnati per $102,211,009, coprono quindi le fasce da $1.50, $1.75, $2.50, $3.25, $3.75, $4.25 e si affacciano in quella da $4.75, arrivando a pagare una tassa simile al totale speso per gli ingaggi (no, non lo sforamento, gli ingaggi!) e sfiorando quota 190 milioni di esborso complessivo.

E non è finita: tra un anno arriva la “Repeater” (offenders), che prevede come visibile dalla tabella l’aggiunta di un ulteriore dollaro di tassa per ogni dollaro di sforamento per chi, oltre alla stagione in corso, si sia trovato a pagare la tassa in tre delle precedenti quattro stagioni (tre consecutive per la stagione 2014/15).
Tanto per rendere l’idea, se si dovesse applicare la Repeater ai Nets 2013 si arriverebbe a circa 120 milioni di spesa in luxury tax… ed è questo il motivo per cui a Miami, che se dovesse mantenere il nucleo attuale sarà interessata da questa norma, iniziano a domandarsi che sarà del futuro…

La morale di tutto ciò: si va in Luxury Tax solo se non se ne può fare a meno (Lakers ’13), non si ha alcun problema finanziario (Nets ’13) oppure, ed è il caso standard, se si crede di avere una squadra competitiva abbastanza da giocarsela.
Ci si va una tantum (guai a cadere nella “repeater”) e non per pochi spicci, dato che non c’è logica nello stare un paio di milioni oltre la soglia e ritrovarsi a pagare invece che a ricevere, che per molte squadre e molte tasche è differenza non irrilevante.
Quasi nessuno “spreca” una stagione in Luxury Tax se non ne vale veramente la pena.
E, dato che i conti si fanno a fine stagione, non è raro vedere alla trade deadline scambi in cui, anche al costo di scelte al draft non per forza di cose irrilevanti, chi è appena sopra faccia in modo di stare appena sotto.

Infine, al di là dei risvolti sportivi la Luxury Tax ha il grande merito di fare la felicità di tutti i proprietari che non la pagano anche per altre due ragioni:
– si tratta di soldi “extra”, non previsti nelle stime di inizio stagione del BRI e che come visto vanno a finire direttamente alle squadre “povere”, che se nell’immediato non possono competere se non altro hanno la possibilità di mettere da parte i milioni di dollari necessari a potenziare le proprie strutture, assumere personale qualificato (a margine: gli stipendi di tutti coloro che non sono giocatori, dal GM al magazziniere passando per tecnici e osservatori, sono totalmente liberi e slegati dal sistema) e/o prepararsi a quando toccherà a loro pagare la tassa
– se una o più squadre “strapagano” o arrivano ad un monte salari decisamente pesante è possibile che a fine anno gli stipendi dei giocatori costino leggermente meno.
È il concetto di escrow di cui s’è parlato nella quinta parte: più T (somma salari di tutti i giocatori) si alza, più E (valore effettivo dello stipendio) si abbassa.
E a conti fatti se qualcuno esagera fa un favore agli altri anche da questo punto di vista.

In sintesi: sicuramente ad Oklahoma City non sono troppo contenti di questo sistema.
Anzi, sono talmente “impiccati” da aver dato ad un rookie l’80% del proprio stipendio da rookie scale, che come visto nella quarta parte è una notevole anomalia.
Con una Luxury Tax più leggera probabilmente avrebbero ancora James Harden.
Ma è anche vero che senza questo sistema, revenue sharing inclusa, avrebbero rischiato di perdere anche Ibaka.
E il sistema va valutato nel suo complesso.
Però a tutti gli altri, nessuno escluso, vedere il Dolan o il Cuban (o il Prokhorov…) di turno che spende cifre astronomiche non può che far piacere. In un certo senso lo fa per il bene della Lega.
Soprattutto se poi il risultato finale non è parametrato alla spesa effettuata.

Ah, a proposito di conti a fine anno… il Salary Floor.
Perché per calcolarlo si utilizzano i dollari veri
Non è un discorso di incidenza a cap, ma di soldi che effettivamente escono dalle casse, il cosiddetto payroll.
Non prende la situazione salariale della squadra in un dato momento, ma si fa la somma algebrica dei dollari finiti ai giocatori.
Compresi quindi quelli che hanno giocato solo alcune partite, perché con contratto “decadale” o non garantito oppure perché acquisiti/ceduti a stagione in corso.
E poi eventuali incentivi o bonus alla firma.

Per l’ennesima volta, lo spazio per i numeri esatti non è questo (ma QUESTO sì), ma per determinare se il minimo è stato speso conta tutto.
Anche, tanto per rendere l’idea, ciò che le squadre devono corrispondere ai giocatori oggetto di Amnesty Provision.
Quindi gli Orlando Magic in questa stagione potrebbero anche spendere in giocatori effettivi solo 30 milioni, dato che ne passano ad Arenas una ventina abbondante…

Sì, lo so che sono partito da Robin Hood e chiudo con questo velo di tristezza.

Prometto che alla prossima faccio di meglio.

LINK
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Quinta parte


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