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NBA Salary Cap (part 3): Amnesty e affini

Sì, lo so che avevo detto che avrei parlato dei contratti.

Ma ci sono un paio di argomenti di più stretta attualità e che hanno riscosso un minimo di interesse, quindi…

Innanzitutto uno scambio a tre squadre aiuta a capire quanto esposto nelle prime due parti in materia di spazio salariale, eccezioni, etc.

L’affare è quello che ha portato Iguodala (adoro Google Immagini) ai Golden State Warriors.

Come anticipato, fino al 10 luglio è tutto sospeso. Si tratta solo di accordi sì definitivi, ma verbali, quindi le singole dirigenze hanno il tempo per definire i vari dettagli tecnici e l’ordine cronologico in cui ufficializzare le singole operazioni.

Nella prima versione dello scambio gli Utah Jazz, decisi a dare spazio a Favors e Kanter e quindi a lasciare andare Millsap e Al Jefferson, si trovano ad aver necessità di contratti di un certo peso per raggiungere il Salary Floor.
Questa necessità si incastra alla perfezione con l’esigenza dei Warriors, desiderosi di cedere i contratti in scadenza di Biedrins e Richard Jefferson per scendere sotto la soglia del Salary Cap abbastanza da poter dare la caccia ad un free agent di peso.

Utah sfrutta la propria posizione di vantaggio e ricava due prime scelte dei Warriors.
I Warriors trovano l’accordo con Andre Iguodala (primo anno di contratto intorno ai 12 milioni di dollari), ma per poter avere sufficiente spazio sono costretti anche a rinunciare per una stagione alla possibilità di portare in NBA la propria scelta al draft, il playmaker Serbo Nemanja Nedovic.
E inoltre, essendo scesi sotto al Cap, hanno la possibilità di utilizzare la sola Room MLE per successive operazioni.
Denver perde Iguodala senza avere nulla in cambio.

È evidente che Warriors e Nuggets si trovino in una situazione non ideale.

Ed allora… Il tutto viene trasformato in uno scambio a tre squadre.
Utah riceve una seconda scelta dei Nuggets per il semplice “disturbo”, cioè per la partecipazione all’operazione.
Denver trasforma il nulla di cui sopra in Randy Foye e soprattutto in una Traded Player Exception (arriverà la spiegazione) del valore di circa 9 milioni di dollari.
Golden State resta sopra il cap (inizia l’operazione sopra, data la presenza di Jefferson e Biedrins, e non ha bisogno di rinunciare ad altri diritti), quindi l’acquisizione di Iguodala diventa una sign&trade, si può accogliere Nedovic da subito è soprattutto c’è la possibilità di utilizzare la full MLE (accordo con Speights) anziché la Room.

In sostanza: ecco un’applicazione pratica del concetto di Salary Floor (sfruttando lo spazio a proprio vantaggio), dell’utilità di una s&t (vantaggio per tutti i soggetti in causa), dell’importanza dell’ordine cronologico di realizzazione dei movimenti e del senso, in certi scenari, di preferire la permanenza sopra il limite del Salary Cap.
Un applauso ai tre General Managers, che per mettere in piedi un circo simile avranno perso il sonno mentre qui lo si commenta dal divano… E si prosegue.

 

HARD CAP
Sempre nella prima parte si è spiegato quali mosse siano precluse alle franchigie che si trovano sopra l’Apron.
Questa soglia però non ha la sola funzione di spartiacque, ma in determinati casi si trasforma in un tetto invalicabile, un Hard Cap.

Sì, nel sistema NBA il Salary Cap è soft.
Ma se una squadra effettua una delle operazioni precluse a chi si trova al di sopra di una certa soglia, si “impegna” a rimanerne sotto quella soglia per tutta la stagione.
Quindi, in caso di:
– sign&trade in entrata (vedi appunto l’esempio dei Warriors, che proprio in tal modo trovano l’accordo con un free agent)
e/o
– utilizzo della full MLE (o anche solo di una parte di essa superiore alla mini MLE)
per la stagione in corso la squadra non potrà in alcun modo, neanche con trades o firme al minimo salariale, oltrepassare il limite dell’Apron.

La limitazione non è da poco… E 12 mesi fa, appena introdotta, ha portato ad una situazione surreale per gentile concessione di Billy King.
Il General Manager dei Brooklyn Nets infatti dapprima ha annunciato al mondo di aver trovato l’accordo per portare in NBA Mirza Teletovic utilizzando la full MLE e poi, su suggerimento del proprio grillo parlante o più probabilmente di un collaboratore che aveva saputo della cosa tramite qualche forum di settore (intendo NBA, non per dirigenti!), ha abilmente fatto finta di nulla e, rischiando un discreto incidente diplomatico, è riuscito a strappare il sì dell’ala Bosniaca per un contratto però di entità sensibilmente inferiore (la mini MLE, ovviamente).
Sì, è materia talmente incasinata che anche i più distratti tra di “loro” ci si perdono.

Sistemata la questione Hard Cap e per restare nella stretta attualità…

 

AMNESTY PROVISION
Come funziona dovrebbe essere ormai cosa nota.
Nel dubbio, veloce rinfrescata: ogni squadra può, una sola volta per tutta la durata del corrente accordo collettivo (scadenza prevista giugno 2017), utilizzare questa clausola.

Il giocatore in questione viene rilasciato e percepisce ogni singolo centesimo pattuito, ma il suo contratto “sparisce” dal conteggio dei salari (qui ci sarebbe da aprire un’infinita parentesi, sarà storia da affrontare in futuro) e quindi non viene considerato ai fini dei calcoli di cui già ci siamo occupati, vale a dire spazio a disposizione per manovre di mercato e eventuale pagamento di Luxury Tax.

L’Amnesty Provision non è però utilizzabile su tutti i giocatori a roster, ma bensì solamente sui contratti esistenti al momento del lockout (autunno 2011). E’ un “jolly” messo a disposizione delle franchigie per permettere un più rapido adattamento alle nuove e più restrittive norme e quindi può perdonare un errore commesso sotto il precedente accordo collettivo, non uno successivo.
Quindi, quali sono i giocatori che rispetto a 24 mesi fa non si sono trasferiti E non hanno rinnovato il proprio contratto?

L’elenco è ormai abbastanza breve:
Al Horford (Atlanta Hawks)
Avery Bradley e Rajon Rondo (Boston Celtics)
Tyrus Thomas (Charlotte Bobcats)
Carlos Boozer, Luol Deng e Joakim Noah (Chicago Bulls)
Greg Monroe e Charlie Villanueva (Detroit Pistons)
Metta World Peace, Steve Blake, Kobe Bryant e Pau Gasol (Los Angeles Lakers)
Mike Conley e Zach Randolph (Memphis Grizzlies)
Joel Anthony, Chris Bosh, Udonis Haslem, LeBron James, Mike Miller e Dwyane Wade (Miami Heat)
Drew Gooden e Larry Sanders (Milwaukee Bucks)
Nick Collison, Kevin Durant, Kendrick Perkins, Thabo Sefolosha (Oklahoma City Thunder)
DeMarcus Cousins, John Salmons (Sacramento Kings)
Matt Bonner, Tony Parker (San Antonio Spurs)
Amir Johnson, Linas Kleiza (Toronto Raptors)
Derrick Favors, Gordon Hayward (Utah Jazz).

35 giocatori. Fine. Fino a quando saranno ufficializzate le trades, cioè tra poche ore, la lista comprende anche Andrea Bargnani e Paul Pierce.

Solo ed esclusivamente questi, solo ed esclusivamente finché saranno nelle squadre attuali, solo ed esclusivamente finché saranno nel contratto attuale (ad esempio per i Lakers questa è l’ultima occasione, tutti e 4 i contratti sono in scadenza 2014) e solo ed esclusivamente nella prima settimana di attività della stagione, cioè alla fine della “July Moratorium” (il periodo attuale di stand by), cioè all’incirca (varia di anno in anno) dal giorno 10 del mese di luglio e per 7 giorni.
Tutte le squadre non indicate hanno già utilizzato l’Amnesty Provision, con la sola eccezione dei New Orleans Pelicans (furono Hornets), che non hanno tagliato alcun giocatore seguendo questa procedura, ma non hanno nemmeno più a disposizione alcun contratto eleggibile per farlo.

Già che ci siamo, breve storia degli “amnistiati (che è termine orrendo, ma rende l’idea):

 

Stagione 2011/12

Gilbert Arenas (Orlando Magic). Al momento del taglio, restavano 3 anni di contratto per un totale di 62 milioni di dollari. Operazione scontatissima. Due motivazioni: levarlo dalle orecchie di Howard, su cui si credeva avesse influenza negativa (no, non è andata a finire come si sperava) e scendere sotto l’apron per poter effettuare la sign&trade di Glen Davis (avessi detto Tim Duncan). Se Gilbert non avesse già un’altra regola che porta il suo nome (mai avuto problemi a farsi notare eh…), questa norma si chiamerebbe Arenas Rule.

Charlie Bell (Golden State Warriors). 1 anno, 4 milioni.
Perché? Per poter offrire a DeAndre Jordan (Restricted Free Agent) un contratto che anche i cavi d’acciaio del Golden Gate sapevano sarebbe stata pareggiata dai Clippers. Il tutto mentre Biedrins osservava. E per ritrovarsi 2 anni dopo a regalare ai Jazz una prima scelta per levarsi di torno il centro Lettone. Anche qui, non è andata esattamente bene.

Chauncey Billups (New York Knicks). 1 anno, 14 milioni.
Giocatore già in palese declino anche prima dell’infortunio, in più serviva spazio salariale per firmare Chandler. Fin qui, tutto bene. Se non fosse che, come Biedrins, Amar’e Stoudemire già incombeva. E incombe tutt’ora.
E se non fosse che il contratto di Billups era in possibile scadenza 2011, ma i Knicks, sperando di poterlo utilizzare come contratto da scambiare per arrivare a Chris Paul, ne hanno esercitato la team option, prolungandolo di una stagione. Esattamente un anno prima di amnistiarlo.
Siamo a 3 fallimenti su 3.

Baron Davis (Cleveland Cavaliers). 2 anni, 27 milioni.
Tutto per levarlo dalla strada di Kyrie Irving. Facciamo che questa è andata bene, dai.

Travis Outlaw (New Jersey/Brooklyn Nets). 4 anni, 28 milioni.
Avete presente Billy King, quello di cui sopra? Ecco, un anno prima di decidere di utilizzare l’Amnesty su Outlaw gli aveva fatto firmare un contratto di 5 anni.
Ouch.
4 su 5, and counting…

James Posey (Indiana Pacers). 1 anno, 7 milioni.
Utilizzo abbastanza sensato, dato che con lo spazio salariale ottenuto si è firmato David West.
E si è andati alla ricerca di OJ Mayo, il cui trasferimento nell’Indiana è stato per 2 offseasons e 2 trade deadlines a tanto così dall’avvenire.
Però forse si sta meglio così.

Brandon Roy (Portland Trail Blazers). 4 anni, 63 milioni.
Eh, questa fa male un po’ a tutti. Però era abbastanza inevitabile. E permise ai Blazers a scendere sotto la soglia della Luxury tax

 

Stagione 2012/13

Chris Andersen (Denver Nuggets). 2 anni, 9 milioni.
Sembrava abbastanza bollito. C’erano problemi (poi rivelatisi inesistenti) fuori dal campo.
Lo spazio è stato utilizzato per firmare Anthony Randolph.
Miami ringrazia.

Andray Blatche (Washington Wizards). 3 anni, 23 milioni.
Nominato capitano della squadra all’inizio della stagione precedente.
Fatto sparire pur di levarlo da quello spogliatoio e provare a rinfrescare un ambiente decisamente malsano.
Sono 12 mesi che non fa altro che parlare male di Washington, è ossessionato, non l’ha mandata giù.
Ma considerato che la colpa era principalmente sua e che la franchigia sembrerebbe essersi sollevata, buon utilizzo.

Elton Brand (Philadelphia 76ers). 1 anno, 18 milioni.
Doveva essere il tassello mancante di una franchigia vicina al top.
Si è rivelato un colossale fallimento.
Amnesty per scendere sotto la soglia delle Luxury Tax.

Josh Childress (Phoenix Suns). 3 anni, 21 milioni.
Vedi alla voce Travis Outlaw, stesso identico contratto, se non altro qui erano già passati BEN 24 mesi dalla firma.
E il GM artefice del capolavoro ora si occupa di altro.

Ryan Gomes (Los Angeles Clippers). 1 anno, 4 milioni.
Sterling si annoiava. Era l’ultimo contratto su cui sarebbe stato possibile esercitare l’Amnesty.
Mancava mezz’ora alla deadline. “Va beh, per sfizio, tagliamolo“.
Qualcuno ne è stupito?

Brendan Haywood (Dallas Mavericks). 3 anni, 27 milioni.
C’era una volta Mark Cuban, che strapagava qualsiasi bipede oltre i 2.05m nella speranza di beccarne uno buono da affiancare a Dirk. A questo nel dettaglio diede 6 anni di contratto e 52 milioni.
Che poi quando il centro l’ha trovato (Chandler), ci ha vinto un titolo, ma ha deciso di lasciarlo andare per non pagarlo troppo. E si è messo a strapagare i playmakers Spagnoli.
Amnesty per scendere sotto il Cap e offrire per Kaman e Brand.
No, non è andata benissimo.

Darko Milicic (Minnesota Timberwolves). 2 anni, 7 milioni.
Non fatemi infierire. Diciamo solo che la mossa era da fare a prescindere, per lo sfizio di tagliarlo.
Il senso salariale c’era anche, offrire un contratto a Nicolas Batum… che però, vedi sopra, anche i cuccioli di lupo del Minnesota sapevano sarebbe stato pareggiato da Portland.
Ma ripeto, fa nulla.

Luis Scola (Houston Rockets). 3 anni, 21 milioni.
Ecco, qui invece lo so che sembra un sacrilegio, ma davvero c’è qualcuno che ha qualcosa da ridire a Morey, vedendo cosa aveva in mano 12 mesi fa e cosa ha in mano oggi?
Scelta sacrosanta, per creare lo spazio per offrire il contratto a Lin e Asik e per garantire minutaggio ai giovani presenti a roster.

E ora…

 

Stagione 2013/14

Tyrus Thomas (Charlotte Bobcats). 2 anni, 18 milioni.
Probabilmente il giocatore che più merita di essere cassato.
No, non tagliato, proprio CASSATO.
E mossa obbligata se hai scelto la strada della testa prima ancora che del talento.
Via da quello spogliatoio, per carità.

Possibile, ma in forse:
Metta World Peace (Los Angeles Lakers). 1 anno, 7 milioni.
Risparmio di oltre 20 milioni in Luxury Tax. Ok che sono i Lakers, ma dato che sarà una stagione DURISSIMA, tanto vale tenersi in tasca quattro spicci.

Un attimo, che non è finita.
Che succede quando un giocatore viene “amnistiato”?
Per le 48 ore successive all’operazione, è a disposizione delle sole squadre che si trovano sotto al Salary Cap.
Asta, offerta minima di durata pari a quella del contratto originario e di ammontare pari al valore più alto tra la somma dei minimi salariali (argomento ancora da affrontare) delle stagioni rimanenti nel contratto originario e la somma delle parti non garantite del contratto originario.
Sì, lo so che non ci si capisce nulla.
Fidatevi e basta, il concetto è che c’è un limite minimo di offerta.
Haywood (Bobcats), Scola (Suns), Billups (Clippers), Outlaw (Kings) e Brand (Mavericks) sono stati assegnati in questo modo.
Il nuovo salario viene sottratto all’ammontare dovuto dalla squadra che ha utilizzato l’Amnesty, quindi il giocatore continua a guadagnare esattamente quanto previsto dal contratto originario.

Passate le 48 ore, il giocatore è un free agent qualsiasi.
Unica restrizione: non si può ritornare alla franchigia che ha utilizzato l’Amnesty fino alla scadenza del contratto originario.
Quindi ad esempio Elton Brand potrebbe tornare solo ora ai 76ers.
Milicic dovrebbe aspettare un anno per vestire nuovamente la maglia dei Timberwolves.
Per rivedere Haywood ai Mavericks occorrerebbe aspettare l’offseason 2014.
Ovviamente nessuna di queste cose ha alcun senso, era per rendere l’idea…
E il contratto?
Il nuovo va a sommarsi al vecchio.
Più o meno, ma è una roba talmente complicata che possiamo anche far finta di nulla.

 

Sì, lo so che avete una domanda.
Eh ma se si è fatto un errore nel nuovo CBA? Non c’è alcun modo di rimediare?
Sì, c’è.
La STRETCH PROVISION.
Applicabile solo ai contratti firmati post lockout, consente di tagliare un giocatore e spalmare sul doppio più uno degli anni rimanenti del contratto l’ammontare dello stipendio.
Tipo, se siete una franchigia Californiana e avete un playmaker Canadese sui 40 anni, tra 12 mesi potrete tagliarlo e far sì che il suo contratto pesi 3,23 milioni per le successive tre stagioni, anziché 9,7 per la sola annata 2014/2015.

Ah, ciao Steve. Tutto bene? Come dici? Ti fischiano le orecchie? Tutto a posto, non ti preoccupare!

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Prima parte
Seconda parte

Quarta parte
Quinta parte
Sesta parte


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